Post sul futuro

Maggio 2nd, 2008

Questo è un post sul futuro. È venerdì mattina e siamo tutti al computer. Massimo e Andrea a rivedere appunti e post di ieri, Roberto a sistemare foto che al computer prendono una nuova vita. Tra poco metteremo mano ai bagagli e alla casa.
Intanto, in bagno scorre l’acqua già da un po’ per l’ultima doccia prima della partenza. Qui bisogna fare così. Aprire l’acqua calda e aspettare che faccia tutto il giro dello stabile, passi dalla caldaia, si scaldi e arrivi da noi. Mai meno di mezz’ora.
A macchina carica faremo un pranzo veloce in un posto davanti all’Università che con 12 lei, bevande a parte, garantisce una ottima ciorba e un dignitoso secondo di carne e verdura.
Poi via al quartiere, a salutare gli ultimi che ci mancano. La casa verde, la famiglia di R., quella di D., i ragazzi del campo da calcio, la ţigania di Romanesti e i suoi randagi.
Le suore no, perché da loro ci siamo già passati ieri a portare la foto che Roberto ha fatto alla madre con tutte le vecchine ospiti. Suor E. ci ha guardato a lungo e poi ci ha detto con il suo accento siciliano “Io a questi li conosco e non li conosco”. Anche da loro abbracci e appuntamento a luglio per i cinquanta anni di professione religiosa della madre.
Le foto di Roberto hanno la magica capacità di essere strumento di aggancio e di relazione, oggetto di analisi e di ricostruzione, ma anche, più semplicemente, regalo, rispetto della promessa. Parte dello scambio per cui restituisco a te un po’ della tua immagine che ho preso. Così ieri abbiamo già fatto un giro a portare foto, con bambini e adulti che ti vedono da lontano e cominciano a chiamarti “Ehi, pose”.
Dopo i saluti un veloce passaggio a Lipov a prendere C., figlio di Vt, che sta ancora male. Il padre lo vuole a Milano per farlo curare. Costa meno che pagare mazzette ai medici di qua. Deve essere destino che ogni viaggio in Romania per noi finisca con un pezzo della famiglia a bordo.
Bene. Con oggi è conclusa la parte sul campo a Craiova. Densa, carica, piena. Molte cose vanno lasciate sedimentare perché possano far emergere concetti e descrizioni dei mondi sociali che abbiamo incontrato e vissuto. Un breve stacco e poi Roma. Altro campo tutto da costruire.
Ma l’appuntamento più importante è a Milano, in Stazione Centrale. I nostri randagi, i cannibali, i topini stanno per tornare. Preparate magliette e pantaloncini corti che si va a giocare a pallone.
È un duro lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare. Ciao.

A strascico

Maggio 1st, 2008

L’acqua è opaca e tende al verdastro. I ragazzi dicono che è colpa del tizio che accanto a noi sta lavando l’auto e una decina di paia di scarpe, ma ho la netta sensazione che i detersivi siano l’ultimo dei problemi. Ci buttiamo più o meno di testa, superando una piccola barriera di alghe morbide e fosforescenti. Acqua fredda, anzi ghiacciata, dicono loro. Ma fa piacere, come se la frescura fosse in grado di far passare in secondo piano lo scenario non proprio cristallino. Un piccolo laghetto, o meglio un grande stagno, che sembra marcire lentamente sotto il sole caldo delle quattro di oggi.
Sul molo di cemento, con Fl. e Fx., abbiamo raggiunto Bk e un amico più piccolo. L’acqua, nei primi metri dal molo, è bassa. Il fondo è melmoso e si ammorbidisce laddove si incontrano cespugli di alghe; per i piedi stanchi di camminare negli scarponcini è una bellissima sensazione. “Cammina piano” mi spiegano “che sotto magari c’è qualcosa”. Rallento, e cerco di nuotare anche dove il fondo è molto basso. Risaliamo al molo e F. si taglia una mano con qualcosa che non vediamo. Facciamo qualche tuffo tutti insieme, poi avvistiamo dall’altro lato un gruppo di ragazzini. Ci spiegano che si tratta di Bc. e ci proponiamo di raggiungerlo. “Io lì in mezzo non ci vengo” dice Fl. “ho paura”. Effettivamente tutti hanno piuttosto paura dell’acqua; non sanno nuotare, si agitano e fanno un sacco di fatica. E poi hanno freddo, gelano. Fl. si convince e con Fx iniziamo la traversata. Nuotiamo piano ma i ragazzi sono sfiniti. Ci fermiamo nel mezzo dello stagno per riposare. Il sole picchia forte sulla testa e immergersi completamente da un senso di sollievo.
Finalmente arriviamo sull’altra sponda. Bc. è alla testa del suo esercito di piccoli randagi. Scheletrici nelle mutande fradicie, qualcuno completamente nudo, molti tremanti nonostante il sole forte. È tutto il pomeriggio che pescano, e ci mostrano il bottino: in un sacchetto bianco di plastica spessa, di quelli usati per la malta o per qualcosa di simile, sono ammucchiati più di trenta pesciolini. Lunghi meno di una spanna e sottili, sfumature argentee e verdastre e una pinna leggermente spinosa nella parte superiore. Alcuni sono ancora vivi.
Bc. mi invita in acqua per spiegarmi come si prendono i pesci. La rete è una tovaglia di quelle bianche e bucherellate, come lavorata all’uncinetto, diventata verde per le alghe. Si tengono due lembi a testa, uno in basso e uno in alto. La mano che tiene quello basso dev’essere immersa fino al fondo, quasi a scavare. Si tira veloci per un paio di metri mentre un aiutante corre incontro per spaventare e indirizzare i pesci, poi si tira su. Un pesce come prima prova. Non c’è male, ma Bc. non è soddisfatto. Mi spiega che devo andare ancora più giù con la mano, strusciare il fondo. Ci riproviamo. Più di dieci pesci, belli grossi. Esultiamo e risaliamo in trionfo. I bambini si esaltano. Scartano i più piccoli, alcuni dei quali sono ributtati in acqua, altri imprigionati in una bottiglia in PET. “Vuole portarli a casa e fare l’acquario”, ci spiegano.
Restiamo per una buona mezz’ora a pescare, con sorti alterne e qualche bottiglia di plastica nella rete; chiacchieriamo e sentiamo Bebi Minune dal telefonino. Guardiamo i ragazzi. Lontani dal loro quartiere sembrano avere un altro volto, un altro aspetto. Nudi, scheletrici, tremanti. Ancora più vulnerabili del solito. Il sole che brucia la pelle e fa socchiudere gli occhi; ferite, cicatrici e piaghe risaltano inequivocabilmente sui corpi che si asciugano lentamente.
Decidiamo di tornare al molo di cemento. Ripeto la breve traversata, questa volta con il campione di nuoto del gruppo. Magrissimo e scuro, capelli e occhi neri. Ha diciassette anni e vive qui a Facai, a qualche chilometro da Romanesti. Arriviamo al molo, e tra un tuffo e l’altro ci vengono offerte susine e albicocche fregate dagli alberi e dai cespugli intorno. Sono acerbe e amarissime, ma ne mangiamo a volontà.
Musica, il pallone tirato fuori dalla macchina e il sole ancora abbastanza alto per asciugare costumi e mutande. Ce ne andiamo solo dopo le sei. Qualcuno con noi in macchina, un paio in bici e i randagi a piedi dietro Bc., col bottino del giorno.

Un bravo ragazzo

Maggio 1st, 2008

Se ne incontrano di bravi ragazzi qui alla ţigania di Romanesti. Uno è Fx, incontrato la prima volta al Târg, in compagnia di suo nipote Bc. Erano in giro insieme e Bc. era alla ricerca di portafogli.
Ritrovato più volte, è diventato uno dei nostri contatti più importanti nel quartiere. Quello che garantiva per noi quando gli adulti chiedevano chiarimenti.
È sveglio, competente, attento alle relazioni. Anche lui era uno dei randagi in strada, uno della prima ora. Dopo una serie di arresti e il solito giro turistico per comunità, decide di fermarsi e cambiare vita. L’ultima volta si fa sei mesi al Beccaria, poi tre mesi a Catania e finisce in una comunità in provincia di Asti. Oggi è assunto in regola, guadagna 1.050 euro al mese e vive in un appartamento con altri ragazzi che hanno finito la comunità con lui. Per un sacco di tempo non ha mandato una lira a casa, ma adesso c’è una moglie e degli obblighi diversi, e almeno qualcosa dovrà cominciare a spedire.
Alla ricerca della tranquillità ha mollato la casa a Romanesti per comprarne una a Facai, qualche chilometro di distanza, ma molto più tranquillo. Niente casino.
È proprio un bravo ragazzo. Malgrado le sue idee sulle donne e il modo giusto di trattarle.
Un bravo ragazzo immerso fino in fondo nelle contraddizioni di questa cazzo di collinetta dove sorge la ţigania Il suo cognome è pesante, pesantissimo. Fa parte del clan che secondo la Squadra mobile di Milano gestiva (gestisce?) il traffico e lo sfruttamento dei borseggiatori di Centrale. Il clan si fa chiamare M. dal nome del vecchio, considerato capostipite. Sono un manipolo di cugini, nipoti e fratelli che ha fatto la guerra con tutti, scontrandosi con tutti quelli che fanno più brutto. Scontri cattivi con coltelli e pistole, feriti tagliati da una parte e dall’altra, soprattutto dall’altra.
Con una delle famiglie di Faţa Luncii lo scontro è avvenuto proprio nel centro di Craiova, una terra di nessuno in cui si sono fronteggiati per una giornata con coltellacci, mannaie e pistole.
Con la famiglia di B., considerato il boss numero uno di Romanesti, sono anni che se le danno. Negli ultimi due anni è stato un inferno, soprattutto da quando un suo cugino si è portato a letto la moglie del fratello del boss. Solo l’intervento della polizia ha fatto tornare un po’ di calma in quartiere, ma le cose sembrano riprendere. Prima di pasqua un cugino è stato ferito mentre era da solo in giro. Per questo la notte di Pasqua e la domenica erano tutti in giro con i coltelli.
Fx. è proprio un bravo ragazzo. In Italia e qui a Romanesti, con noi. È un bravo ragazzo tutto dentro le storie di questa cazzo di collinetta dove sorge la ţigania.
“Ma non hai paura?”
“No, noi siamo quelli che fanno male agli altri. Abbiamo anche le pistole”
“Tu ce l’hai?”
“No, ma c’è sempre qualcuno che ce l’ha e te la presta. Qua funziona così”
“E tu sai sparare?”
“Che ci vuole, prendi la mira e tiri il grilletto”. Amen.

Sette per quattordici per ventotto

Maggio 1st, 2008

Nell’ultimo giorno di lavoro reale sul campo non vorremmo perdere neanche un secondo di rapporto con il quartiere, ma c’è un appuntamento da rispettare.
A mezzogiorno dobbiamo essere a casa di Nz, già conosciuto al post come intellettuale rom, anzi Rrom, referente per le istituzioni e presidente di una delle più potenti associazioni rom di Craiova. Abita a Faţa Luncii e, a dispetto di ogni consiglio di non andarci mai, decidiamo di andare da soli e, in più, con la nostra macchina.
Come al solito il diavolo è migliore di come lo si dipinge, così attraversiamo il quartiere più malfamato della storia rom in assoluta tranquillità. Gli unici problemi sono quelli di evitare buche grandi come crateri e di non perdersi nel dedalo di viuzze.
Nz. ci aspetta in casa, già chiuso nel suo studio multimediale. È un po’ sordo e la moglie T. deve urlare a lungo per farsi sentire. Poi ci rinuncia e ci dice di entrare da soli. Lui ha preparato per noi una raccolta delle sue foto fatte nei campi a Roma, a Verona e a La Spezia. Scampoli di vita familiare presentati e catalogati come fossero una documentazione della vita di una comunità migrante.
Oggi noi siamo qui per lui. Dobbiamo insegnargli a caricare i suoi video su youtube, perché anche lui possa essere presente nella rete. Nz. accende la sua videocamera e registra tutto, così anche noi saremo catalogati. Poi prende un quadernone a quadretti su cui dal 2000 registra tutto quello che fa su internet. “Roberto - 01-05-08″ è il titolo della giornata di oggi. Passo dopo passo facciamo tutto quello che c’è da fare. Installare i programmi, convertire i file, creare l’account e il suo profilo, uploadare i video. Yo, Nz is on the net!
Lui riprova a fare in autonomia ogni passaggio, confrontando tutto con la descrizione minuziosa riportata sul suo quadernone.
Mentre attendiamo la conversione di un file andiamo a vedere insieme alcune delle foto che ha selezionato per noi. Sono foto di una casa costruita nel terreno, spunta solo il tetto in paglia ricoperto di cellophane. Ci mostra le foto anche dell’interno e, con penna e carta, ci mostra la planimetria interna, il modo in cui sono disposte le travi di legno. La casa interrata è un piccolo gioiello di autocostruzione di famiglie che non hanno soldi per gli infissi, per le porte e le finestre.
Poi una lunga disquisizione sulla autocostruzione dei mattoni di fango. Ce ne sono di due tipi. Quelli piccoli, usati soprattutto per le coperture hanno le dimensioni di sette per quattordici per ventotto e sono cotti nei forni a carbone. Quelli grandi servono alle pareti delle case, le loro dimensioni sono venti per venticinque per trenta. Sono costruiti a secco impastando acqua, paglia e fango. L’impasto è messo in forme di legno e lasciato seccare. I mattoni sono disposti uno sull’altro con uno strato di fango a cementare.
T. ha già messo in tavola da un po’ di tempo e deve stare di guardia perché i gatti non rubino la carne. Stanca di aspettare ci chiama. Il pranzo è, senza ombra di dubbio, il migliore del viaggio, ristoranti compresi. Una ciorba di verza e fagioli, il maiale affumicato, l’agnello alla brace. Ogni piatto descritto nei suoi particolari, ricette lunghe ed elaborate che richiedono una lunga preparazione.
Si chiacchiera piacevolmente di tutto. Di cucina, ma anche di figli, di Italia e Irlanda. T. siede defilata dalla tavola, ma interviene spesso e volentieri.
Piano piano portiamo le domande su quello che abbiamo visto a Romanesti per avere la sua versione. A Romanesti sono diversi, loro sono musulmani, è gente che ha cambiato religione solo per convenienza. Strano, ma a Romanesti dicono quelli Faţa Luncii sono i musulmani. Non è, probabilmente, un problema di verità storica, ma di quello che l’attribuito svela. Un modo di segnare la differenza, un discriminare in cui l’essere il convertito ha il sapore antico del marrano.
Ma questa è una versione ancora troppo addomesticata. Possibile che i capi dell’organizzazione criminale che sfrutta i bambini in strada siano proprio gli straccioni di quel quartiere, quelli finiti in galera? Nz. sorride e ci dice che è come una catena. Se lui è il capo di tutto, sotto di lui c’è Andrea che aggancia Roberto che aggancia Massimo. Massimo non conosce nessuno oltre Roberto e sa che se dice il nome di Roberto mette un bella profezia di morte sulla sua testa. I soldi dei furti sono distribuiti a ritroso. Massimo tiene poco per sé, perché il resto lo da a Roberto che si tiene la sua parte e da il resto a Andrea che si tiene la sua parte e da il grosso della somma a Nz. Lui, lontano da chi si sporca le mani e finisce in galera si gode i soldi. Massimo vive nella ţigania di Romanesti, fa il cattivo di turno, finisce in galera e spende tutto in alcol e barbut. Bene.
Allora che si può fare, caro il nostro Nz.? Questo è il problema. Perché lì non ci sono leader, persone di rispetto con cui affrontare la situazione dei bambini e dei ragazzi del quartiere. Occorre che arrivi qualcuno dall’esterno, qualcuno che si imponga e affronti i problemi.
Certo non il Comune che se ne frega e spende più per le fontane che per le persone. Nz. si alza da tavola e ci invita a seguirlo. Ci porta sul retro della casa. Ci mostra il pozzo delle acque nere stracolmo, l’odore dolciastro e vischioso, gli escrementi in vista. A Faţa Luncii, il quartiere dei boss della mafia rom, non ci sono le fogne, non ci sono i canali. Nella sua casa, pure così moderna, non c’è un sistema di scarico.
È la logica dei soldi. Tutto costa in mazzette e contributi. “Certo”, dice Nz. “tutti vogliono mangiare un po’ dal proprio lavoro. Ma così è troppo”. Se lo dice Nz., intellettuale e politico rom, possiamo crederci. Un articolo di giornale che abbiamo trovato facendo la rassegna stampa ci dice qualcosa in più, lui sarebbe il portavoce del boss di Faţa Luncii. Allora, se lo dice lui…

Buon Primo maggio e viva San Precario

Maggio 1st, 2008

Nel niente sotto il sole

Aprile 30th, 2008

Arriviamo all’estremità di Romanesti, in quella che al primo sguardo ci è sembrata una vera favela. Abbiamo un appuntamento con Bc., Fl. e Bk per andare insieme a giocare a pallone. La strada dell’isolato è deserta. Fa caldo e polvere e sabbia affaticano il respiro. Due o tre cavalli pascolano tra l’immondizia, qualche bambino solo corre dentro e fuori da qualche casa. Nessun altro intorno. Ci fermiamo all’inizio della via. In breve una Renault con targa francese si ferma accanto a noi. Alla guida un ragazzo con lo sguardo fisso e accanto a lui un uomo sulla quarantina. La maglietta smanicata lascia scoperte le braccia tatuate, il berretto non nasconde lo sguardo cattivo. “I signori desiderano qualcosa?” chiede con una maschera traballante di cortesia? L’altro non smette di fissarci. Facciamo qualche nome e diciamo che stiamo aspettando i ragazzi. Non sembra convinto, resta lì immobile. Chiede di ripetere i nomi dei ragazzi. Poi si allontanano piano, ancora guardando. In lontananza riconosciamo una faccia nota. È il fratellino di Dr. Ragazzo conosciuto in Centrale, nonché figlio di quelli che la Polizia ha ritenuto i leader dell’organizzazione che metteva in strada i topini. Arriva in bici con la bionda tredicenne indicataci dai ragazzi come la donna di tutti. La guardiamo bene. Ha il viso da bambina, ma pieno di graffi e tagli; sporco, rovinato. Ci salutano e sorridono. Lui ha il pollice destro fasciato, si è tagliato con un coltello. Ci spiegano che gli altri non sono ancora tornati, che sono andati al pascolo.
Nell’isolato ci ritorno qualche ora dopo, per accompagnare in macchina Bc., Fl. e Bk. che stanno morendo di fame. Sono stati al pascolo e poi a fare il bagno al fiume, hanno consumato energie. Bk e Bc. Schizzano in fondo alla via, Fl. tenta un’inesperta e tenerissima ospitalità e mi fa accomodare appena fuori dalla staccionata di casa sua, sulla pietra piana dove passa le giornate sua madre, zoppa. Suo padre è morto e loro vivono insieme ai cugini, quelli della piccola T. che in Italia non si trova, o meglio si trova eccome ma probabilmente è meglio che a casa non ci torni. Lui entra a mangiare e dopo qualche minuto mi chiede se anche io voglio qualcosa. No grazie, ho già mangiato.
Resto fuori sulla pietra come un vecchio di quartiere. La gente che si avvicina scambia un saluto o due parole, i bambini iniziano ad accorrere attorno a me. Torna il fratellino di Dr. E parliamo dell’Italia. Anche lui ci è stato, faceva l’elemosina a Milano, ma girava anche con M., con P., giovanissimi borseggiatori che se lo portavano con loro. Parliamo di Dicembre e ricorda che la Polizia è arrivata anche a Romanesti. “Hanno preso mamma e papà. Ora sono in prigione, in Italia”. Fa caldo. Si avvicina anche la bellissima sorellina di T. Con l’amica mi chiede dove viviamo, quando siamo arrivati, quando ce ne andremo. “Allora quando vai in Italia trovi mia sorella?”. Chissà, forse. “Quando la trovi dille: I. -perché io la chiamo così, non T.- ti saluta tua sorella M!”. Ok, se la trovo lo farò.
La guardo ancora, ha gli occhi vispi e giganti. Quando parla della sorellina le si illuminano ancora di più. Ma la storia di T. racconta tutto tranne che luce, tutto tranne che una dolce famiglia ad aspettarla. I suoi di occhi sono rovinati, mezzi ciechi, e credo che di tornare nel niente tra i suoi mostri di voglia proprio non ne abbia.

Ferro

Aprile 30th, 2008

Alla fine è arrivato il momento di salutare papà e mamma della casa verde. Domattina presto partono. Si dirigono nelle campagne della zona di Valcea, e la strada è bella lunga; almeno due giorni, e di notte dormiranno nello stesso carretto con il quale viaggiano. Partono per cercare uno spazio da affittare per i prossimi tre o quattro mesi, non appena si saranno sistemati li raggiungerà anche il figlio maggiore con la moglie e il bebè.
Rimarranno là per fare un po’ di soldi con la compravendita del ferro vecchio. Funziona così: qui nei mercati di Craiova hanno comprato secchi e catini di plastica a basso costo, nei paesi li scambieranno con il ferro e periodicamente caricheranno i rottami sui grossi camion che ritorneranno verso Craiova. Qui gli acquirenti sono “i padroni”, ci spiega, che a loro volta rivenderanno il ferro che sarà riciclato e rivenduto. Poi con il ferro riciclato si può fare di tutto, ci spiega.
Ai padroni lo si può vendere anche a 7/8 lei al kg, con un buon margine di guadagno, e i soldi dovrebbero bastare per tutto l’inverno. Dovrebbero.
Nell’immaginario di B., il figlio maggiore, c’è la patente. Mancano pochi mesi al compimento dei diciotto anni e poi si fionderà a fare i documenti necessari. La patente per andare in giro, certo, ma non solo. Anche per il ferro. Per commerciarlo non più con il carretto ma con la macchina, così puoi trasportarne più velocemente quantità maggiori. E fare milioni di lei, dice. È un lavoro che andrà bene, ne ha già rifiutati altri. Invece C., sedicenne, vuole fare il calciatore. Sarebbe figo fare il calciatore in Italia, ma anche qui andrebbe bene. Dalla terza categoria inizi a guadagnare qualcosina. Si vedrà. Altrimenti si troverà un lavoro. Uno qualsiasi. Magari con la macchina. E col ferro.

Arrivano i cannibali

Aprile 30th, 2008

Il frastuono del carretto lanciato a tutta velocità ci raggiunge ancora prima delle urla. Siamo nel campo da calcio dell’Unitatea con C., B., V. e altri ragazzi.
“Massimo, Andrea”.
Dal carretto Bk, Fl, e Bc si sbracciano e ci chiamano forte. Bc è in piedi a torso nudo. Il ragazzo con le redini in mano fatica non poco a fermare il cavallo lanciato a tutta velocità. Ma i tre saltano giù che il carretto ancora si muove e corrono per attraversare la strada. Sono seguiti da parte dell’esercito di bambini che si muove sempre con loro, senza mollarli un attimo.
I ragazzi con cui stiamo giocando a pallone si fermano a guardare la scena. Giusto il tempo di riconoscere la truppa che ci corre incontro, poi C. si volta e dice “Ecco. Arrivano i cannibali”.
I rapporti tra i due gruppi sono tesi, al limite del conflitto. Sono mondi troppo distanti.
Il primo fatto di una quotidianità ancora quasi infantile, di case decenti, di scuola e allenamenti di calcio, di relazioni familiari all’apparenza solide e accoglienti, di continui contatti tra rom e non rom. Il secondo fatto di una vita di strada, di una ţigania esclusiva al limite del quartiere, di case fatiscenti, di analfabetismo e di violenza dentro e fuori le case.
Riesce difficile immaginare i contatti tra i due mondi. Quando ci sono stati non si sono avuti a Romanesti. Piuttosto a Milano, dove il campo di C.B. è luogo di riferimento per tutti. Anche a Milano, però, i contatti erano, come dire, ambientali, non di collaborazione o di condivisione. Al punto da rendere veramente difficile immaginare che tutti fossero all’interno della stessa dinamica di organizzazione delle attività illegali. C. è stato a Milano, ha provato a rubare in Centrale, ha girato con alcuni dei ragazzi. Eppure al campo non faceva vita con loro, stava sempre con R., suo cugino, e altri ragazzi della parte bassa del quartiere.
Si dice che lo sport unisca i popoli. Oggi non è vero. L’arrivo dei nostri banditi muta il clima e lo rende capriccioso, rissoso. Certo, c’è anche la gelosia nei nostri confronti, ma, soprattutto, ci sono le fratture tra ragazzi con esperienze di vita troppo distanti.
Bk, Fl e Bc, con il loro seguito di bambini sporchi e scalzi, sono quelli che hanno l’Aids. Poco importa che non sia vero. Intanto occorre tenerli distanti.
C’è chi prova a fare da ponte come B. che vuole solo continuare a giocare a pallone e che, soprattutto, capisce quello che Massimo prova a dirgli nel suo romeno stentato. Anche i “miserabili”, altra definizione data nei giorni scorsi, sono prieteni, amici, nostri.
Oppure come, Fx che ci raggiunge poco dopo con il carretto e il cavallo bianco che lo porta. È appena stato a fare l’erba ed è spiaciuto di aver tardato così tanto rispetto l’appuntamento che ci eravamo dati ieri sera. Anche lui è uno dei cannibali, ma è più grande, ha più strumenti di relazione. Meno rabbia dentro. Così fa il giro di tutti, saluta tutti, parla con tutti.
Agli altri il campo da calcio offre molteplici occasioni per scambiarsi colpi proibiti, provocazioni, parolacce. Spesso in italiano. Stronzo, frocio, ti scopo in culo.
Il pomeriggio a giocare a pallone finisce così. Ancora qualche partita ai due gol. Il tempo di vedere Bk e Fl scoppiare di gioia per un gol fatto, di abbracciarci con il loro corpo segnato da scabbia e cicatrici, di darci appuntamento per domani.
Oggi i cannibali sono arrivati in ritardo perché sono stati a fare il bagno al fiume. Domani ci andiamo insieme, a lavarci di dosso la polvere di queste cazzo di strade.

City of God

Aprile 29th, 2008

Nella parte sud di Romanesti, proprio al confine con la zona militare, c’è una strada impolverata e dissestata che sale, tagliando verso sinistra. In fondo un piccolo prato e poi una fila di case, lungo una stradina piena di sassi e infossata nel mezzo. Ci siamo fatti accompagnare qui per salutare il nostro Bc. Lasciamo la macchina all’inizio della via e ci incamminiamo a piedi tra bambini e carretti. Le macchine di Roberto attirano immediatamente l’attenzione, i bimbi ci corrono appresso chiedendo foto o soldi e i grandi ci guardano male. Alcuni se ne corrono in casa, impauriti. Ma per gli altri siamo un gioco. Ritroviamo al volo Fx., Bc., e F., ancora abituati ad incontrarci nella giungla milanese e stupiti della nostra presenza. Ridono, chiedono, raccontano. Si rilassano, per la prima volta giocano in casa. In breve attiriamo la curiosità di tutto il vicinato. I più audaci vengono a presentarsi, a fare domande o ad abbozzare una conversazione in italiano. Sono per lo più ragazzi e uomini, alcuni dei quali visibilmente alticci. Ci prendono le misure, e una volta sicuri che non si tratti di qualcuno di ostile si divertono anche. Le ragazzine ci seguono sghignazzando e tentando un approccio in una qualunque delle lingue straniere che hanno da qualche parte sentito; un vecchio quasi completamente sordo si avvicina, ci viene scherzosamente presentato come il capo della zona e inizia un breve discorso sulla miseria. Pensate, ho l’accendino ma non ho le sigarette. Roberto glie ne offre un paio, lui ride e si mette in posa davanti al carretto, come per ricambiare. Uno degli uomini che ci intrattiene ci invita a fermarci per una grigliata, i ragazzi insistono ancor prima della nostra risposta, quindi accettiamo. Tra mezz’oretta, diciamo, così andiamo a fare delle foto, accompagniamo a casa Fl., che non ci ha mai abbandonato, e ritorniamo. Ci avviamo verso la macchina. Fx ci indica una signora e ci spiega che anche lei ha una figlia in Italia, della quale non ha notizie da molto tempo. Scambiamo due parole e un nome. Anzi soprattutto un cognome, che ci fa gelare il sangue. Ben noto. Un caso che ha fatto scalpore. Più tardi torneremo e ascolteremo la sua storia, promettiamo. All’altezza della Focus incrociamo un un gruppo di ragazzi. Alcuni li conosciamo, altri no. I più piccoli non perdono tempo e ci chiedono 1 leu, quelli più grandicelli ne perdono ancora di meno e passano subito a cinque euro. Uno ci dice al volo che sa l’italiano, è stato a Roma. Mai stato in comunità, dice, faceva l’elemosina. Dicendolo fa l’occhiolino con la faccia furba, e gli amici di fianco non esitano a sputtanarlo. Era un borseggiatore, eccome.
Come anticipato torniamo nel giro di una mezz’oretta, stavolta con Bk. e Bc. in macchina, incontrati per strada. Nel breve viaggio incrociamo il dolce sorriso di una ragazzina che Bc. dice essere la sua fidanzata. Ieri l’ha menata. Non parlava bene e l’ha menata. Lui ha quattordici anni, lei sembra più o meno coetanea.
Arriviamo a destinazione e questa volta lasciamo la macchina fuori da una delle case. Una donna scappa in casa terrorizzata. Aveva paura ci spiegano, qua sono venuti già altre volte a prendersi qualcuno. Ci dirigiamo subito dalla mamma dell’ennesima topina scomparsa e abbiamo la conferma dei nostri sospetti; uno dei casi da prima pagina, un nome che gli operatori sociali del nord Italia conoscono bene. Talmente famosa che ai ragazzi non va giù il fatto che la sua foto non ci dica niente. Sfogliamo i documenti, appuntiamo i dati più importanti, segniamo il numero di cellulare del padre e spieghiamo che una volta tornati a Milano proveremo a chiedere informazioni, ma che sarà difficile nel caso la bambina si trovasse in regime di protezione. Salutiamo.
Dietro noi decine di bimbi sporchi e a piedi nudi corrono all’impazzata. Uno fa il cavallo imbrigliato e l’altro lo frusta per farlo andare più veloce. Un altro è completamente sfigurato; metà del viso come ustionata, e quando sorride fa al contempo tenerezza e impressione. Alcuni sono nudi dalla vita in giù e corrono per la strada, altri spiano da dietro gli steccati, uno ha il nasino coperto di sangue seccato. Quelli costretti a sopravvivere di elemosina, corrono a chiedere soldi, altri chiedono foto, altri scappano, altri restano immobili a bocca aperta. Terra e strada a cullarli. Alcuni già si sono fatti le ossa e hanno lo sguardo cattivo, non sorridono. Ti ricordano che non c’è proprio niente da ridere.
Chiediamo come sono andate le feste e poi scherziamo con Bc.
“Lunedì ricomincia la scuola, vero? Si, come no..”
“Io mica ci vado a scuola!”
“Lo sapevo, scherzavo. Fino a che classe sei arrivato?”
“Zero, neanche un anno di scuola.”
Ha quattordici anni e non è mai entrato in un’aula. Sempre in giro per l’Europa. Sempre al lavoro. Non meraviglia il fatto che sia uno dei pochi che borseggiano anche qui a Craiova, nonostante la durezza della Polizia, nonostante il rischio di essere beccati e massacrati, nonostante tutto. Se ne gira con la sua banda di randagi di sette o otto anni e impara a reprime il bisogno di abbracciarti e baciarti la guancia, perché con quello mica si tira avanti. E forse troppo avanti non si tira comunque.
Fx. ci fa da guida e ci propone di passeggiare fino in fondo all’isolato, anche se è un po’ lunga. Là ci sono delle case da vedere, ci spiega. Guarda attorno i bimbi che corrono a piedi nudi e tormentano Roberto e ci spiega che lui da quell’isolato se ne è andato. Non si poteva vivere. Un casino pazzesco, gente che urla, gente che corre, gente che fa casino. Impossibile resistere, meglio andare via. Ora vive in un paesino fuori Craiova, qualche chilometro più a sud. È lontano, ma ormai è abituato a farsela a piedi. Prima si che stava bene, priva viveva proprio attaccato al Parco Romanescu, scendeva e c’erano tutti i negozi. Ma suo padre è un coglione, racconta, e quella casa l’ha venduta. Si guarda attorno e sembra quasi indignato. Così è un casino, dice. Poi indica una ragazza con una gonna bianca che si sta azzuffando con ragazzi e bambini, ridendo. “Quella è una puttana” dice ad alta voce “ce la siamo passata tutti”. Ha tredici anni. Bc. passa, la sfotte, la tampina, le tira i capelli. Lei reagisce e lo rincorre.
Procediamo lungo la strada salutando uomini e donne che ci fissano dalle case o dalle porte. Alla nostra destra la carcassa di un cavallo. F. raccoglie una bottiglia di J&B e la lancia contro il muro di una casa. “Così facciamo in Romania”. Po chi metri più in là un branco di cani randagi abbaia e ringhia, qualcuno ha paura e Bk, con la bici, prende la rincorsa; gli altri si armano di sassi e passiamo incolumi.
Lungo la strada i ragazzi ci indicano le case di altri ragazzi conosciuti in Centrale. Una messa male è quella di Bb., il bulangiu. Tredici, quattordici anni. Ha ricevuto l’iniziazione dal padre, per poi diventare una sorta di puttana del campo. Ha una parte femminile talmente esposta che, seguito per un po’ da un nostro amico a Roma, le aveva anche dato un nome. Durante le ore passate insieme a dicembre, mentre la polizia eseguiva gli arresti e noi stavamo con i ragazzi fermati, Bb ha disegnato tantissimo. Esseri strani, senza gambe, senza forme. Esseri filiformi e sogni di case.
Arriviamo in fondo alla strada. Davanti a noi le rotaie del treno e poi un prato di cui non si vede la fine. A sinistra un agglomerato di baracche. Ci spiegano che lì vivono famiglie poverissime; talmente messe male che hanno dovuto costruirsi delle case di fortuna su terreno altrui. Quelli non se ne vanno in Italia, né in Francia, né in Spagna. Ce la fanno a mala pena a tirare avanti. Da una collinetta d’erba vediamo spuntare un esercito di bimbetti che corre all’impazzata. Alcuni imbrigliati altri con bastoni e bottiglie. Tutti a piedi nudi, saranno una quindicina almeno. Ci vedono e ci corrono incontro come se dovessero travolgerci. Su ordine di F. si fermano per farsi fotografare, al secondo ordine si sdraiano tutti sulle rotaie, per un’altra foto. Si scatta e si scherza un po’.
Massimo prova ad infilare la mano nella tasca di Bk. per mimare un borseggio. Ma nella tasca non c’è niente. Solo i dadi. Barbut. Chiediamo alcuni dettagli sul gioco e in un secondo si forma la classica bisca. Due o tre accovacciati attorno al terreno virtuale di gioco, gli altri in piedi o piegati con le mani sulle ginocchia. Il doppio cinque e il doppio sei vincono, il doppio uno perde, tutte le altre combinazioni sono difficili da tenere a mente. Giochiamo per una decina di minuti. Massimo batte Bk. Andrea batte Massimo. Andrea batte Bk. Bk perde una seconda volta e non ci sta. Facciamone un’altra, dai. Magari un’altra ancora. Le perde tutte, e le perde tutte anche Bc. È ancora Fx a commentare la quotidianità del quartiere ed è ancora lui a mostrare una velata indignazione. Ci spiega quanto si perde col barbut. Non si può. D’altronde basta pensare proprio a Bk e Bc. Ladri esperti e capaci, considerati tra i migliori in circolazione. Nei periodi di lavoro intenso possiamo pensare a migliaia di euro tirati su al mese. Eppure non hanno niente, Bk non ha neanche una casa sua, ma si fa ospitare da amici e parenti. Tutto andato, volato via. Tra vita di strada, famiglia parassita e dadi.
Facciamo dietrofront e ci dirigiamo verso la macchina. In lontananza un uomo che parla in italiano, è stato molto tempo a Pavia, in appartamento.
“Che fate, un reportage?”
“No, siamo operatori sociali.”
“Secondo me siete poliziotti.”
Non ascolta spiegazioni, fa la faccia cattiva, volta le spalle e se ne va. Fx allunga il passo per raggiungerlo, per dare spiegazioni e per giustificare la nostra presenza. Forse ci riesce.
Ma non c’è tempo di pensarci perché la carcassa del cavallo si muove. Si agita, prova ad alzarsi, il cavallo è vivo. L’esercito di ragazzini, con Bc. in testa, si lancia a verificare. Per dargli una sferzata di energia, o forse il colpo di grazia. Comunque sia, i ferri del mestiere sono pietre e bastoni. Per qualche colpo sulla scheletrica cassa toracica, per aprirgli la bocca, per torturarlo un po’. In tanti, alcuni proprio piccini, col naso sporco e la faccia tenera.
E noi a guardare. L’animale in agonia punzecchiato da un angelo col pigiamino rosa.
Riposa in pace, che fuori è un brutto mondo.

City of God

Aprile 29th, 2008

Cioccolata è bella e vispa. Ha un sorriso delinquente e una timidezza esplosiva. Oggi ci svela un segreto, che lei va all’asilo, alla gradiniţa, e che al suo asilo ci sono le italiane. Italiane? Suore italiane.
Allora il giro turistico per Romanesti accompagnati da F. non può che partire da li. Percorriamo a piedi la strada principale del quartiere, con le sue buche e le sue pietre, e arriviamo a un cancello bianco. Saliamo una rampa di cemento. Davanti a noi una grande costruzione a due piani rosa intenso con stucchi e profili bianchi. La rampa prosegue sulla destra, porta a uno spiazzo che sembra un parcheggio sulla destra, a un pezzo di giardino con la piscinetta della sabbia per i bambini e delle panche di metallo colorate di verde e di giallo. Continuando sulla striscia di cemento si arriva al fronte della costruzione. Una scalinata in marmo con ai lati delle rampe per anziani e carrozzine.
Dietro i vetri degli infissi di alluminio vediamo tre suore sedute sui divanetti intorno a un tavolo basso, proprio all’ingresso. Ci guardano arrivare alla porta e bussare. Una si alza e apre la porta chiusa a chiave.
“Siamo italiani, eravamo nel quartiere e abbiamo saputo che c’erano delle suore italiane. Siamo venuti a conoscervi”. “Italiani? Entrate che ci fa piacere parlare un po’ la nostra lingua”.
Tre suore vincenziane, vestito bianco e velo nero, una settantina di anni abbondante a testa. Piglio deciso e sguardo aperto. Soprattutto di quella che, in assenza di gradi e mostrine, ci si presenta subito come la capa.
Roberto comincia a chiamarla “madre” e noi tutti ci adeguiamo. Madre sia. A me vengono in mente i CCCP, non sembri blasfemo, che cantano “Madre o madre o madre mia l’anima mia si rivolge a te”.
La congregazione è presente in Romania da molto tempo, gestendo una grande struttura a Craiova, dove in centro sorge una chiesa cattolica dell’Ordine. Venduta la casa più bella e grande nel centro hanno cominciato a costruire questa struttura a Romanesti per stare con i poveri.
La costruzione è andata avanti, un passo alla volta, contando sulla carità, sulla provvidenza e sul volontariato. “Senza mai un soldo in tasca, ma anche senza mai un debito”.
Oggi la struttura è quasi completata, manca solo la chiesa che dovrebbe sorgere attaccata alla casa. La madre è di Canicattì, donna meridionale concreta ed estremamente pragmatica. Oltre l’asilo e tra le altre cose, la struttura ospita delle vecchine della campagna, garantendo loro cura e assistenza, e la chiesa deve essere pensata per loro. Il progetto presentato prevedeva una cappella alta venti metri. Ma quali venti metri? Chiesa bassa per riscaldarla bene, che le vecchine devono poterci stare, e una rampa coperta che collega direttamente il piano adibito a casa di riposo con la chiesa.
Le ospiti della casa di riposo sono tutte nel salone, sedute sui divani, di fronte ad una televisione spenta perché ancora non sono venuti a fare i collegamenti dell’antenna. Sono donne molto anziane, una ha 94 anni, alcune non autosufficienti. Due di loro arrivano dal manicomio, ma la madre ci dice che “io in loro non vedo niente del manicomio”. Lei si siede con loro, le bacia, le abbraccia. Si rivolge loro con il suo romeno dalla cadenza siciliana. “Della loro vecchiaia ci facciamo carico noi. Della nostra, sarà quello che vuole il Signore”.
Con le vecchine uno dei problemi da affrontare è stato abituarle ai bagni in camera. “Madre, ma io cosa ci devo fare con tutte queste cose? Dov’è il buco in terra?”. Ma il buco in terra è cosa da giovani, ad una certa età si ha bisogno di comodità, almeno in bagno.
Una volta finiti tutti i lavori nella casa dovranno esserci anche un ambulatorio medico, delle stanze per l’ospitalità, un’area dedicata alla distribuzione di cibo e vestiti per le famiglie del quartiere e dei villaggi della campagna.
Negli anni la rete del volontariato cattolico, dagli scout all’Opus Dei, ha garantito manodopera, tecnici e camion interi di cose, un flusso costante. Non senza problemi, soprattutto con le dogane romene.
I camion andavano scaricati, controllati, sdoganati. In dogana, spesso, a ogni controllo le cose più belle erano requisite. Fino a quando la madre, affrontando di petto la situazione, non ha trasformato l’abuso e la corruzione in dono e relazione.
Lei è una donna che non si lascia certo intimidire. Arrivare a Romanesti è stato come ricominciare tutto daccapo. I primi tempi sono stati duri, ogni volta che attraversavano il quartiere per andare e tornare dalla casa in costruzione erano al centro di offese e assalti. “Nella mia vita ne ho sentite di parolacce e non mi scandalizzo, ma qui si stava passando il segno”.
Un giorno la pazienza ha raggiunto il limite. Così, velo in testa, si presenta al gruppo più scatenato e chiede “Qual è il problema?” “Siete di un’altra religione”. ” Questo è bello, allora dimostratemi che voi siete civilizzati nella vostra religione e che rispondete a dio dei vostri comportamenti”.
Un unico vero incidente, quando le suore si sono fissate che una parte delle camere dovevano essere a disposizione delle prostitute della zona che volessero smettere di lavorare. “Una rivolta, quasi un linciaggio da parte delle donne. Volevano essere lasciate in pace”.
Pace. Quella che si respira in queste stanze e in questi corridoi. Tutto così bello, così curato e pulito. Quella interiore che comunica la madre, quella di chi sente di essersi donata a un disegno più grande della propria vita. “Le opere non sono mie, sono del Signore”.
Poi uno supera il cancello e si trova avvolto dalla polvere, dalla luce bianca e accecante di questo pomeriggio, dal frastuono di un quartiere che vive di contraddizioni. Pace.