Aprile 29th, 2008
foto di Roberto Arcari
Nella parte sud di Romanesti, proprio al confine con la zona militare, c’è una strada impolverata e dissestata che sale, tagliando verso sinistra. In fondo un piccolo prato e poi una fila di case, lungo una stradina piena di sassi e infossata nel mezzo. Ci siamo fatti accompagnare qui per salutare il nostro Bc. Lasciamo la macchina all’inizio della via e ci incamminiamo a piedi tra bambini e carretti. Le macchine di Roberto attirano immediatamente l’attenzione, i bimbi ci corrono appresso chiedendo foto o soldi e i grandi ci guardano male. Alcuni se ne corrono in casa, impauriti. Ma per gli altri siamo un gioco. Ritroviamo al volo Fx., Bc., e F., ancora abituati ad incontrarci nella giungla milanese e stupiti della nostra presenza. Ridono, chiedono, raccontano. Si rilassano, per la prima volta giocano in casa. In breve attiriamo la curiosità di tutto il vicinato. I più audaci vengono a presentarsi, a fare domande o ad abbozzare una conversazione in italiano. Sono per lo più ragazzi e uomini, alcuni dei quali visibilmente alticci. Ci prendono le misure, e una volta sicuri che non si tratti di qualcuno di ostile si divertono anche. Le ragazzine ci seguono sghignazzando e tentando un approccio in una qualunque delle lingue straniere che hanno da qualche parte sentito; un vecchio quasi completamente sordo si avvicina, ci viene scherzosamente presentato come il capo della zona e inizia un breve discorso sulla miseria. Pensate, ho l’accendino ma non ho le sigarette. Roberto glie ne offre un paio, lui ride e si mette in posa davanti al carretto, come per ricambiare. Uno degli uomini che ci intrattiene ci invita a fermarci per una grigliata, i ragazzi insistono ancor prima della nostra risposta, quindi accettiamo. Tra mezz’oretta, diciamo, così andiamo a fare delle foto, accompagniamo a casa Fl., che non ci ha mai abbandonato, e ritorniamo. Ci avviamo verso la macchina. Fx ci indica una signora e ci spiega che anche lei ha una figlia in Italia, della quale non ha notizie da molto tempo. Scambiamo due parole e un nome. Anzi soprattutto un cognome, che ci fa gelare il sangue. Ben noto. Un caso che ha fatto scalpore. Più tardi torneremo e ascolteremo la sua storia, promettiamo. All’altezza della Focus incrociamo un un gruppo di ragazzi. Alcuni li conosciamo, altri no. I più piccoli non perdono tempo e ci chiedono 1 leu, quelli più grandicelli ne perdono ancora di meno e passano subito a cinque euro. Uno ci dice al volo che sa l’italiano, è stato a Roma. Mai stato in comunità, dice, faceva l’elemosina. Dicendolo fa l’occhiolino con la faccia furba, e gli amici di fianco non esitano a sputtanarlo. Era un borseggiatore, eccome.
Come anticipato torniamo nel giro di una mezz’oretta, stavolta con Bk. e Bc. in macchina, incontrati per strada. Nel breve viaggio incrociamo il dolce sorriso di una ragazzina che Bc. dice essere la sua fidanzata. Ieri l’ha menata. Non parlava bene e l’ha menata. Lui ha quattordici anni, lei sembra più o meno coetanea.
Arriviamo a destinazione e questa volta lasciamo la macchina fuori da una delle case. Una donna scappa in casa terrorizzata. Aveva paura ci spiegano, qua sono venuti già altre volte a prendersi qualcuno. Ci dirigiamo subito dalla mamma dell’ennesima topina scomparsa e abbiamo la conferma dei nostri sospetti; uno dei casi da prima pagina, un nome che gli operatori sociali del nord Italia conoscono bene. Talmente famosa che ai ragazzi non va giù il fatto che la sua foto non ci dica niente. Sfogliamo i documenti, appuntiamo i dati più importanti, segniamo il numero di cellulare del padre e spieghiamo che una volta tornati a Milano proveremo a chiedere informazioni, ma che sarà difficile nel caso la bambina si trovasse in regime di protezione. Salutiamo.
Dietro noi decine di bimbi sporchi e a piedi nudi corrono all’impazzata. Uno fa il cavallo imbrigliato e l’altro lo frusta per farlo andare più veloce. Un altro è completamente sfigurato; metà del viso come ustionata, e quando sorride fa al contempo tenerezza e impressione. Alcuni sono nudi dalla vita in giù e corrono per la strada, altri spiano da dietro gli steccati, uno ha il nasino coperto di sangue seccato. Quelli costretti a sopravvivere di elemosina, corrono a chiedere soldi, altri chiedono foto, altri scappano, altri restano immobili a bocca aperta. Terra e strada a cullarli. Alcuni già si sono fatti le ossa e hanno lo sguardo cattivo, non sorridono. Ti ricordano che non c’è proprio niente da ridere.
Chiediamo come sono andate le feste e poi scherziamo con Bc.
“Lunedì ricomincia la scuola, vero? Si, come no..”
“Io mica ci vado a scuola!”
“Lo sapevo, scherzavo. Fino a che classe sei arrivato?”
“Zero, neanche un anno di scuola.”
Ha quattordici anni e non è mai entrato in un’aula. Sempre in giro per l’Europa. Sempre al lavoro. Non meraviglia il fatto che sia uno dei pochi che borseggiano anche qui a Craiova, nonostante la durezza della Polizia, nonostante il rischio di essere beccati e massacrati, nonostante tutto. Se ne gira con la sua banda di randagi di sette o otto anni e impara a reprime il bisogno di abbracciarti e baciarti la guancia, perché con quello mica si tira avanti. E forse troppo avanti non si tira comunque.
Fx. ci fa da guida e ci propone di passeggiare fino in fondo all’isolato, anche se è un po’ lunga. Là ci sono delle case da vedere, ci spiega. Guarda attorno i bimbi che corrono a piedi nudi e tormentano Roberto e ci spiega che lui da quell’isolato se ne è andato. Non si poteva vivere. Un casino pazzesco, gente che urla, gente che corre, gente che fa casino. Impossibile resistere, meglio andare via. Ora vive in un paesino fuori Craiova, qualche chilometro più a sud. È lontano, ma ormai è abituato a farsela a piedi. Prima si che stava bene, priva viveva proprio attaccato al Parco Romanescu, scendeva e c’erano tutti i negozi. Ma suo padre è un coglione, racconta, e quella casa l’ha venduta. Si guarda attorno e sembra quasi indignato. Così è un casino, dice. Poi indica una ragazza con una gonna bianca che si sta azzuffando con ragazzi e bambini, ridendo. “Quella è una puttana” dice ad alta voce “ce la siamo passata tutti”. Ha tredici anni. Bc. passa, la sfotte, la tampina, le tira i capelli. Lei reagisce e lo rincorre.
Procediamo lungo la strada salutando uomini e donne che ci fissano dalle case o dalle porte. Alla nostra destra la carcassa di un cavallo. F. raccoglie una bottiglia di J&B e la lancia contro il muro di una casa. “Così facciamo in Romania”. Po chi metri più in là un branco di cani randagi abbaia e ringhia, qualcuno ha paura e Bk, con la bici, prende la rincorsa; gli altri si armano di sassi e passiamo incolumi.
Lungo la strada i ragazzi ci indicano le case di altri ragazzi conosciuti in Centrale. Una messa male è quella di Bb., il bulangiu. Tredici, quattordici anni. Ha ricevuto l’iniziazione dal padre, per poi diventare una sorta di puttana del campo. Ha una parte femminile talmente esposta che, seguito per un po’ da un nostro amico a Roma, le aveva anche dato un nome. Durante le ore passate insieme a dicembre, mentre la polizia eseguiva gli arresti e noi stavamo con i ragazzi fermati, Bb ha disegnato tantissimo. Esseri strani, senza gambe, senza forme. Esseri filiformi e sogni di case.
Arriviamo in fondo alla strada. Davanti a noi le rotaie del treno e poi un prato di cui non si vede la fine. A sinistra un agglomerato di baracche. Ci spiegano che lì vivono famiglie poverissime; talmente messe male che hanno dovuto costruirsi delle case di fortuna su terreno altrui. Quelli non se ne vanno in Italia, né in Francia, né in Spagna. Ce la fanno a mala pena a tirare avanti. Da una collinetta d’erba vediamo spuntare un esercito di bimbetti che corre all’impazzata. Alcuni imbrigliati altri con bastoni e bottiglie. Tutti a piedi nudi, saranno una quindicina almeno. Ci vedono e ci corrono incontro come se dovessero travolgerci. Su ordine di F. si fermano per farsi fotografare, al secondo ordine si sdraiano tutti sulle rotaie, per un’altra foto. Si scatta e si scherza un po’.
Massimo prova ad infilare la mano nella tasca di Bk. per mimare un borseggio. Ma nella tasca non c’è niente. Solo i dadi. Barbut. Chiediamo alcuni dettagli sul gioco e in un secondo si forma la classica bisca. Due o tre accovacciati attorno al terreno virtuale di gioco, gli altri in piedi o piegati con le mani sulle ginocchia. Il doppio cinque e il doppio sei vincono, il doppio uno perde, tutte le altre combinazioni sono difficili da tenere a mente. Giochiamo per una decina di minuti. Massimo batte Bk. Andrea batte Massimo. Andrea batte Bk. Bk perde una seconda volta e non ci sta. Facciamone un’altra, dai. Magari un’altra ancora. Le perde tutte, e le perde tutte anche Bc. È ancora Fx a commentare la quotidianità del quartiere ed è ancora lui a mostrare una velata indignazione. Ci spiega quanto si perde col barbut. Non si può. D’altronde basta pensare proprio a Bk e Bc. Ladri esperti e capaci, considerati tra i migliori in circolazione. Nei periodi di lavoro intenso possiamo pensare a migliaia di euro tirati su al mese. Eppure non hanno niente, Bk non ha neanche una casa sua, ma si fa ospitare da amici e parenti. Tutto andato, volato via. Tra vita di strada, famiglia parassita e dadi.
Facciamo dietrofront e ci dirigiamo verso la macchina. In lontananza un uomo che parla in italiano, è stato molto tempo a Pavia, in appartamento.
“Che fate, un reportage?”
“No, siamo operatori sociali.”
“Secondo me siete poliziotti.”
Non ascolta spiegazioni, fa la faccia cattiva, volta le spalle e se ne va. Fx allunga il passo per raggiungerlo, per dare spiegazioni e per giustificare la nostra presenza. Forse ci riesce.
Ma non c’è tempo di pensarci perché la carcassa del cavallo si muove. Si agita, prova ad alzarsi, il cavallo è vivo. L’esercito di ragazzini, con Bc. in testa, si lancia a verificare. Per dargli una sferzata di energia, o forse il colpo di grazia. Comunque sia, i ferri del mestiere sono pietre e bastoni. Per qualche colpo sulla scheletrica cassa toracica, per aprirgli la bocca, per torturarlo un po’. In tanti, alcuni proprio piccini, col naso sporco e la faccia tenera.
E noi a guardare. L’animale in agonia punzecchiato da un angelo col pigiamino rosa.
Riposa in pace, che fuori è un brutto mondo.
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